VESTIRE I PIATTI: L’ARTE SARTORIALE DEL FOOD DESIGN

VESTIRE I PIATTI: L’ARTE SARTORIALE DEL FOOD DESIGN

Si mangia prima con gli occhi e poi con la bocca. L’esperienza che si consuma a tavola è unica e multisensoriale.

Il food è social, porn, design(ed), performance, fotografia.

LA PSICOLOGIA

Come dimostra il lavoro del Centro Studi dei Sensi dell’Università di Londra, “mangiare con gli occhi” non è soltanto un modo di dire. L’impiattamento è letteralmente il mettere nel piatto, cioè l’ultima fase del processo creativo, ma si tratta essenzialmente di comporre il piatto, un atto che sintetizza – come afferma Daniel Kahneman – le componenti del piacere: aspettativa, esperienza e memoria.

LE ORIGINI

L’arte di impiattare la si ritrova nei secoli del Medioevo e del Rinascimento: i cuochi alle prese con l’allestimento dei banchetti dei principi, si dilettavano creando veri e propri spettacoli di colori (e non sempre di sapori). La scenografia della tavola rappresentava la celebrazione del potere del signore. L’atto creativo del cuoco cedeva poi il testimone ai commensali che servendosi a buffet, impiattavano ciascuno in modo diverso le pietanze.

L’EVOLUZIONE

Dall’Ottocento l’impiattamento cambia e più che le tavole sono le singole portate ad essere modellate e servite direttamente ai commensali. Le pietanze servite saziano più lo sguardo che la pancia, come dimostrano i vari programmi televisivi di cucina.

PANE AMORE E FANTASIA

È abbastanza evidente che tutto ciò che è creativo ha a che fare con il design. E alla creatività davvero non c’è limite.

Avete mai pensato di riprodurre opere d’arte su una fetta di pane? Ida Skivenes, blogger norvegese, in arte Idafrosk, lo ha fatto già da un bel po’ realizzando su semplici fette di pane tostato alcune delle opere pittoriche contemporanee più famose.

Nel novero dei food designer, ci piace menzionare l’estro dello chef danese Bo Bech. Le sue geometrie, eclettiche quanto inusuali, camuffano le materie prime rendendo spesso i piatti quasi irriconoscibili!

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